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spotwatching
Pubblicità e tutto ciò che è comunicazione. Cioè tutto, per l'appunto.


Diario


12 febbraio 2010

Conto Arancio: la pubblicità mette in scena se stessa

 

E’ on air in questi giorni il nuovo spot di Conto Arancio. Un gruppo di persone, clienti ING, si trova beatamente sospeso da terra su un mega cartellone pubblicitario. Cantano tutta la loro gioia e serenità (finanziaria). C’è anche chi, a metri da terra, legge il giornale.

La gente che passa sotto, sulla strada, rivolge incuriosita lo sguardo verso l’alto. Comincia il dialogo tra chi si trova già in alto (una sorta di beatitudine?) e chi è in basso (in attesa di una sorta di retta via?). Chi siete?, chiedono i passanti. Siamo clienti ING Direct, e anche adesso, in questo preciso momento, stiamo facendo fruttare i nostri soldi grazie al Conto Arancio. Ma quanto costa il servizio? Niente. E i soldi, quando posso prelevarli? Sempre, in ogni momento. Il claim finale sancisce: la nostra migliore pubblicità sono i nostri clienti.

Si assiste in pratica ad una forma di metapubblicità, di spirale comunicazionale in cui una forma di pubblicità, classicamente asimmetrica, monodirezionale e di tipo “push” cita e ne rappresenta un’altra, quella più antica e allo stesso tempo giudicata più efficace anche (e soprattutto) nell’attuale contesto competitivo, il passaparola. Lo spot mette in scena, attraverso una rappresentazione spettacolare e iperbolica – come la tipologia di comunicazione richiede – uno scambio di opinioni, pareri e consigli tra persone che potrebbe avvenire, più realisticamente, tra le mura domestiche, in ufficio, al bar, in palestra o durante una passeggiata in centro. I garanti della qualità di un prodotto/servizio non sono più personalità note dello spettacolo o dello sport ma altre persone “ordinarie” come lo siamo noi. La pubblicità televisiva, geneticamente debole per capacità di instaurare un meccanismo che sia realmente dialogico con i propri interlocutori (non per niente ancora identificati come target, obiettivo da colpire, non con il quale costruire una relazione e uno scambio), sembra quasi abdicare e riconoscere che la forma per eccellenza di promozione di un prodotto e più in generale di una reputazione in senso lato sia costituita dal dialogo tra pari. Un episodio di autoreferenzialità pubblicitaria che sembra determinare una nuova, e più sintonizzata con i tempi, gerarchia delle forme di comunicazione commerciale. Al posto del monologo, la relazione. Un ritorno al passato – la “riscoperta” del passaparola – che è al tempo stesso un fine tuning con l’attuale contesto economico e sociale.


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27 agosto 2009

Come per magia l'uomo cambia di colore. I paradossi del mondo del branding

Siamo di fronte a un paradosso colossale, come nel mondo edulcorato del marketing e del branding accade più spesso di quanto si possa ragionevolmente pensare.

Stavolta il grossolano errore è stato commesso niente di meno che dalla Microsoft, uno dei colossi assoluti a livello planetario, che deve il suo successo in maniera importante anche ad adeguate strategie di mercato e di gestione delle leve di marketing.

Il fatto è questo: il sito polacco della società riporta una foto in cui compaiono delle persone in riunione sedute attorno a un tavolo. La foto è ripresa da quella presente sul sito americano della compagnia, solo che al posto di una persona di colore presente nell’originale è stato messo un uomo bianco. La sostituzione tra l’altro è stata fatta male, in quanto le mani del sostituto bianco sono rimaste quelle originali, di colore. La gaffe è stata ben presto scovata dai blogger e dai frequentatori della rete e messa subito sotto i riflettori del mondo virtuale, generando stupore e alimentando scomode accuse di razzismo.

Ora, dato che parliamo di Microsoft e non di una piccola azienda a operatività geografica limitata, salta ancora più in risalto la dissonanza tra il livello dei dibattiti e degli studi della letteratura di settore (in cui il tema della multicanalità sta avanzando verso la ricerca della seamless experience, olistica, , in direzione quindi di un affinamento e di una complessità gestionale crescenti) e gli errori superficiali e gli approcci “sbadati” con cui le tematiche di branding vengono affrontate nella pratica. Anche da veri e propri colossi del mercato globale.

Microsoft non ritiene per caso che il brand costituisca uno degli asset fondamentali? Microsoft non sapeva che una grossolana correzione in Photoshop del genere sarebbe stata notata nel mondo privo di alcun confine della rete? Microsoft non ha ritenuto opportuno, nel caso, proporre sul sito polacco una foto completamente nuova in luogo di una discutibile elaborazione di quella presente sul sito americano?

Certe volte nel mondo del branding sembra proprio che, mentre alcuni parlano di come arredare l’appartamento, altri siano ancora impegnati nel vedere come costruire le fondamenta.


13 agosto 2009

Piccoli umili consigli per le vostre vacanze al mare

 

Molti di voi saranno in vacanza o in procinto di partire per le agognate mete di villeggiatura. Che sia per relax o per sfrenato divertimento, molto spesso la meta è la stessa: il mare.

Pertanto, nell’augurarvi buone vacanze, spero tanto che le vostre spiagge non siano affollate come putroppo capita. E se devono esserlo, che almeno lo siano di persone normali. Mi permetto di sconsigliarvene alcune: evitate quella in cui vi sono tre (ex?) comici che si contendono un ghiacciolo (l’unico rimasto, sic!) e a due, per distrarre il più fortunato che si è accaparrato l’oggetto dissetante del desiderio, è venuta la geniale idea di continuare a fargli delle finte telefonate, così che lui, lobotomizzato com’è, risponde ogni volta (mica si rompe le scatole e ripone il telefonino per un po’ nella borsa, giammai) e perde di vista il ghiacciolo che può nel frattempo essere mangiucchiato. Quando l’altro si accorge che del gelato è rimasto solo lo stecco, è pronta anche la giustificazione: sei sempre al telefono, il ghiacciolo è evaporato. Già, non fa una grinza.

Evitate poi una seconda spiaggia, in cui c'è un gruppo di ragazzi alieni (lo si capisce perchè imbastiscono una festa in cui non c’è un millilitro di bevanda alcolica, fantascientifico) con dei musicisti che continuano da mesi a fare sempre e solo la solita canzone. Il resto del gruppo balla instancabile sempre lo stesso pezzo, senza mai lamentarsi. Stoici, ma anche inquietanti. Forse non se ne rendono conto per la troppa gazzosa ingurgitata. Per fortuna è uno del gruppo a farsi venire il dubbio che il pezzo forse ha sfracellato i timpani (e non solo) e dice di voler scrivere una canzone nuova, sia ringraziato il cielo. Solo che questo non spicca certo per tempismo, perchè questa esigenza gli nasce proprio quando la tipa che li accompagna da un po’ di tempo chiede di spalmarle la crema. Poco produttivo (dal punto di vista musicale) e anche sfigatello, il ragazzo. Che tristezza.

Evitate infine una terza spiaggia, in cui tutto è arpionato a dei mega palloni e spicca il volo verso l’alto. E’ frequentata da gente che fino a poco tempo fa si lanciava allegramente addosso fustini di colore e girava per la città, imbrattata anch’essa, con chiazze di mille tinte addosso. In questa spiaggia tutti hanno un notebook, perchè non riescono a staccare da internet nemmeno sul bagnasciuga e per questo sono disposti anche a sopportare il rischio che la sabbia o l’acqua del mare rovini in maniera definitiva i loro computer. Potreste anche trovare un tipo bizzarro che gira per gli sdrai a chiedere: e tu, di che colore sei? Pericolo da evitare assolutamente.

Per quelli che invece sceglieranno la montagna come luogo dove passare le vacanze, non sembrano esserci rischi particolari. Almeno fino a quando le tribù sopra individuate non decideranno di spostare le loro destinazioni in altura. Ma viste le menti geniali da cui prendono vita e gli stereotipi che le affollano (estate? Mare!) direi che questa eventualità è ben lontana dall’avverarsi.


29 luglio 2009

La donna moderna e la casalinga di Voghera

 

Partiamo da una banale premessa: il ruolo delle donne nella società è oggetto di continui progressi. Non è più anomalo (per fortuna) vederle rivestire posizioni di rilievo nel mondo del lavoro, della politica, della ricerca, dello sport e in molti altri contesti. E’ innegabile che c’è ancora molto da fare -  per esempio in ambito lavorativo troppo spesso le donne si trovano ancora a dover scegliere, in una logica o/o,  tra la carriera e il desiderio di avere un figlio - ma la situazione attuale è comunque a una lontananza siderale dalla realtà di appena trent’anni fa.
 
Di tutto questo però sembra non essersene accorta certa pubblicità italiana. In questa presenziano ancora donne che accendono lo sguardo davanti a un bagno luccicante, altre che intrattengono uno scottante colloquio di lavoro con una scopa, che viene licenziata in tronco perchè c’è qualcos’altro che fa meglio il suo lavoro, altre che vengono rapite dal fascino del loro coinquilino perchè conosce il modo per sgorgare gli scarichi intasati con un solo gesto (grazie al consiglio della mamma, sic!) e altre ancora che salutano gaie e soddisfatte un mega grumo di polvere pedestre che
abbandona per sempre la casa dov’era nato (e vistosamente cresciuto) con malcelata tristezza.
 
Insomma, più che rappresentare una figura di donna credibile, inserita nel suo attuale status sociale, certa pubblicità sembra dare la ribalta a giovani bipedi lobotomizzati con la sindrome di Mastro Lindo, a entità mezze umane e mezze gallo Chante clair, a regine della casa che nella casa hanno il loro unico ristretto habitat naturale, a custodi non del focolare ma piuttosto delle piastrelle della cucina. O forse, più semplicemente e più categoricamente, certa pubblicità italiana, ignara del contesto attuale e delle dinamiche sociali in cui sono ormai pienamente inserita le donne, rappresenta e scimmiotta ancora la ormai vetusta “casalinga di Voghera” nel picco più basso della sua degenerazione.
 
Sarebbe da farsi cadere le braccia, se non ci fosse il rischio di farle rovinare a terra, lasciare un’ombra sul pavimento ed essere la causa di un repentino peggioramento dell’umore di questi strani esseri che trovano nella lucentezza di ogni superficie lavabile della casa la loro unica e massima aspirazione. Per evitare fastidiosi sensi di colpa, mi accontento di uno sbuffo amaro e sconsolato.




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5 marzo 2009

La "curiosa" storia della comunicazione della mia palestra

 

La mia palestra comunica con i clienti a forza di cartelli. Alla reception decidono se rispondere o meno al tuo saluto sulla base del tasso di umidità nell’aria, ma i cartelli fioccano generosamente. Periodicamente spuntano attaccati a qualche porta o su qualche parete. Sono disseminati ovunque, come pezzi sparsi di un puzzle: solo ricomponendoli a unità è individuabile un senso unitario. C’è di tutto, dall’invito a curare l’igiene personale prima e dopo (!!!!) l’allenamento (per evitare spiacevoli inconvenienti, si precisa), alla preghiera di non utilizzare la doccia come fosse il bagno (in sintesi, non farci la pipì mentre ci si lava). L’ultimo, cronologicamente parlando, informa che il parcheggio della palestra viene chiuso a chiave quando l’ultimo istruttore abbandona la struttura, come dire che in prossimità della chiusura della palestra bisogna affrettarsi a fare la doccia (per curare l’igiene post allenamento, come suggerito dalla palestra stessa) altrimenti si corre il rischio di dover passare la notte in macchina, intrappolati nel parcheggio. In questa modalità di comunicazione sono riscontrabili numerosi errori, clamorosi.

Primo, la comunicazione interpersonale è piuttosto fredda e lacunosa, per usare un eufemismo. Il saluto, possibilmente cordiale, alle persone che entrano dovrebbe essere un prerequisito non di comunicazione ma più basilarmente di buona educazione da non centellinare a seconda dello stato d’animo o della simpatia o antipatia personale per colui che accede alla palestra.

Secondo, non si possono indirizzare messaggi così intrusivi (come potrebbero altrimenti qualificarsi inviti a lavarsi e a non fare la pipì in doccia?) in maniera indiscriminata a tutti i propri clienti solo per il fatto di aver riscontrato in alcuni di essi comportamenti poco civili e qualificanti. Alla faccia della personalizzazione, verrebbe da dire. Non si ha a che fare con bambini dell’asilo, cui insegnare i corretti comportamenti da tenere in un contesto sociale. Si ha a che fare con gente adulta, la stragrande maggioranza della quale non ha bisogno certo di un cartello per non tenere comportamenti così poco simpatici. Il richiamo indiscriminato a comportamenti “consoni” appare dunque irrispettoso della maggioranza dei clienti e può generare (anzi, genera, posso dirlo con certezza sulla base di riscontri sul campo) sentimenti di giustificato risentimento.

Terzo, in un periodo in cui la centralità delle aspettative e dei desideri dei clienti appare ormai universalmente condivisa (ma solo a parole, a quanto sembra), in questo caso non si assecondano nemmeno i semplici e più basilari bisogni, quale è quello di potersi fare la doccia e rivestirsi con sufficiente tranquillità una volta finito l’allenamento. Sono i clienti, in questo caso, che devono assecondare le proprie esigenze a quelle dell’istruttore di turno in palestra. E’ scandaloso, anche se questo approccio alla clientela è ancora molto diffuso e non riguarda certo solo il mio piccolo centro fitness.

I gestori della palestra avrebbero dunque bisogno di un consulente di comunicazione? Secondo me basterebbe più semplicemente un po’ di buon senso.




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23 gennaio 2009

E’ proprio vero che non si finisce mai di imparare. Vale anche per la nuova Golf.

 La pubblicità , in programmazione in questi giorni, per la nuova versione della Volkswagen Golf, è decisamente strutturata bene e gioca su un paradosso costruito con sapienza. In sostanza, viene proposta alla vendita una macchina che, viene detto man mano, ha fatto milioni di chilometri, ha avuto un numero sterminato di proprietari ed è stato covo per i momenti di intimità per 15 milioni di coppie. Ciò nonostante, si precisa, la vettura si trova in ottime condizioni. A questo punto entra in scena l’immagine della nuova Golf e le inquadrature indugiano sul suo procedere al rallentatore, al fine di consentire di osservarla da tutte le angolazioni. Solo allora viene svelato che si sta parlando di un nuovo modello, che pur affacciandosi fresco sul mercato ha in sé tutte le prerogative positive date dall’esperienza. “Born with experience”, sancisce infatti il claim finale.

Uno spot assolutamente ben fatto, che propone con decisione e autorevolezza come elemento di forza l’esperienza. Non serve parlare, le chiacchiere stanno a zero, la mancanza di voce fuori campo rafforza le parole e il dato oggettivo.

Solo che, appunto, non si finisce mai di imparare. E questo sembra valere anche per Golf, oppure per i loro (forse non parimenti esperti) proprietari. Tanto che in finale di spot si vede un esemplare della vettura parcheggiata a qualche centimetro dalle strisce pedonali, cosa notoriamente vietata dal codice della strada. C’è solo da sperare che nei paraggi non si aggiri un vigile urbano, o che, se proprio debba esserci, si tratti di uno di quelli indulgenti e comprensivi. D’altronde, pur avendo una storia gloriosa alle spalle, in fondo in fondo questa versione della Golf è appena nata.

P.S. C’è una possibile ragione per questo parcheggio discutibile. Forse era necessario per mantenere nella medesima inquadratura la macchina e la coppia che attraversa la strada, correttamente, sopra le strisce pedonali. Ma tale comportamento virtuoso non poteva essere incluso in altra maniera?




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20 novembre 2008

Da oggi Francesca a rate....direttamente in poltrona

 

In epoca in cui le escort e le accompagnatrici sono – al di là delle dichiarazioni di intenti provenienti da tutte le parti – sulla strada della loro totale legittimazione (tanto da potersi permettere di pubblicizzare i loro “servizi” sui più importanti quotidiani italiani), appare completamente in sintonia con il mainstream la scelta di chiamare delle poltrone con nomi di donna. Ecco a voi quindi Francesca, Simona, Antonella, Rafaella e Rita, protagoniste di numerose telepromozioni sulle reti Mediaset e non solo. Gli imbonitori che si alternano nel decantare le virtù delle poltrone stimolano la propensione all’acquisto e la vena peccaminosa di ciascuno dicendo che “Francesca può essere vostra con comode rate”. Occorre restare concentrati, altrimenti si sarebbe tentati a telefonare al numero in sovraimpressione e chiedere se prima dell’acquisto c’è la possibilità di avere una foto, di questa Francesca, perchè si apprezzano particolarmente le bionde.

L’azienda che si propone con tanta creatività e (soprattutto) delicatezza dimostra di avere pelo sullo stomaco (oppure di essere senza vergogna) non solo perchè, come detto, vende Francesca, Simona e Antonella a rate ma anche perchè si è data come nome Poltrone e Poltrone – senza badare che è evidente il riferimento alla ben più nota e autorevole Divani e Divani (che sta zitta???) – e inoltre per il non sense del jingle che accompagna le sue telepromozioni: mentre una poltrona disegnata saltella allegra su un campo da calcio (???), la canzoncina recita: Poltrone e Poltrone, scende in campo un campione (???). E che vendono, scarpe da calcio? Allora io che pensavo che vendessero Sara direttamente stesa su una Poltrona e Poltrona sbagliavo? Chiudo come putroppo mi trovo costretto a fare spesso: mah!!!! Esempio eclatante di come la comunicazione possa essere stupida e senza qualità.

Il bello  (si fa per dire)  è che simili messaggi  basano la loro forza di penetrazione solo ed esclusivamente sulla frequenza, il che si traduce per noi poveri utenti nel fatto che abbiamo molte probabilità di  incocciare in tutta questa insulsaggine e mediocrità, anche più volte nel corso di una giornata televisiva.




permalink | inviato da spotwatching il 20/11/2008 alle 15:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


3 settembre 2008

Da Fairy una lezione di posizionamento?

 

E’ tornata on air in questi giorni la coppia Alessia Mancini-Flavio Montrucchio, con un nuovo spot per il detersivo per lavastoviglie in pastiglie Fairy. Si assiste a una nuova scenetta familiare, con il Montrucchio che rafforza l’immagine di “simpatico scemotto” che ha rivestito a partire dal primo spot (come dimenticare il suo “splendido splendente”, canticchiato alla Abatantuono vecchio stile nel primo spot?) e con la Mancini che invece si ripropone come donna autorevole e competente nelle faccende di casa. Insomma, dal punto di vista della sceneggiatura dello spot assolutamente niente di nuovo. Calma piatta e dannatamente noiosa.

Dal mio punto di vista lo spot in questione appare invece interessante per un altro motivo. Ritengo infatti che alla base di questo ennesimo episodio della serialità Fairy possa essere individuato uno sforzo in direzione di un posizionamento differenziante rispetto al principale competitor, Finish.

Se quest’ultimo allora aveva già da tempo occupato il territorio della marca di pastiglie per lavastoviglie preferita e consigliata da praticamente tutte le maggiori aziende produttrici di grandi elettrodomestici, Fairy tenta con questo spot di posizionarsi per prima (elemento notoriamente fondamentale) come detentrice di un altro plus differenziante: la marca di pastiglie che meglio puliscono e sgrassano la plastica. A conferire autorevolezza a tale posizionamento ci pensa l’intervento in veste di garante di Tupperware, nota marca di contenitori di plastica.

Se la mia interpretazione fosse vera, ritengo che Fairy, pur nella piattezza creativa dello spot (ma questa purtroppo non è una novità, e non solo per Fairy), meriti in questo caso un plauso, sia per aver – come detto – intrapreso la strada della costruzione di un posizionamento differenziante, sia per aver intuito che il plus funzionale cui intende associarsi (il numero uno nella pulizia della plastica) assume, e assumerà ancora di più in futuro, un’importanza notevole per il consolidarsi dell’utilizzo di contenitori di plastica, comodi per il riscaldamento di pasti sempre più veloci con il forno a microonde.




permalink | inviato da spotwatching il 3/9/2008 alle 9:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


17 giugno 2008

Il pay-off: questo sottovalutato

E’ stato già detto e scritto milioni di volte, tanto che nel ribadirlo si entra nei territori fangosi del tautologico: qualsiasi iniziativa di comunicazione dovrebbe operare sinergicamente con le altre, nella direzione della definizione, del rafforzamento, della ulteriore specificazione degli elementi compositivi la brand personality della marca. Lo stesso dogma dovrebbe essere seguito nella progettazione anche dei singoli elementi che compongono ciascuna attività di comunicazione.

Da questa premessa deriva l’importanza anche di fattori quali ad esempio la musica dello spot, la grafica delle brochure, i colori e l’atomosfera dello stand fieristico, il design della sede aziendale.

Solo una considerazione superficiale e un approccio scarsamente professionale a questi elementi potrebbero portare a una loro sottovalutazione. Ma ciò nonostante, tale sottovalutazione avviene spesso. Più spesso di quanto si possa pensare. Anche il tautologico pertanto non sembra essere più tale.

Questa riflessione – che tra l’altro riprende concetti che ho altre volte espresso – mi è venuta spontanea nei giorni scorsi dopo aver ragionato (?) sul pay-off di una nota marca di tonno in scatola, Rio Mare. Si assiste a uno spot assolutamente trascurabile. Nessuno sviluppo ironico, nessun elemento che possa divertire, nessuno spiazzamento o lampo di luce. Tutto scorre liscio come l’olio (extravergine di oliva, per la precisione), come mille altre volte. C’è questa ragazza che sogna a occhi aperti la pasta con il sugo alla marinara (mah!!!) e all’improvviso l’amico (ragazzo? sembra che tra i due possa esserci del tenero: due tranci e una capanna) che le si avvicina per farle assaggiare una sforchettata del piatto ancora fumante assume ai suoi occhi le vesti di un bel marinaretto. Niente da dire. Proprio niente, a parte reclamare a gran voce la mancanza di creatività, questa sconosciuta. Insomma, prima che terminino i 30 secondi è già noia. Ma ecco la ciliegina sulla torta: il pay-off. Lo spot si chiude con un perentorio: Rio mare, buono e sano come un pesce.

Cioè, il detto “sano come un pesce” lo avevo già sentito, ma buono e sano proprio no. Ancora una volta la trappola della diplomazia ha colpito ancora? Troppo spesso si dimentica la lezione che a voler dire troppe cose alla fine non si dice niente. “Buono e sano come un pesce”? E perchè no “buono sano e anche bello (tiè!) come un pesce”? Nella stessa comunicazione non si può, pena l’annacquamento dei contenuti del messaggio.

Ma anche se fosse possibile (e il fatto che non lo sia potrebbe anche solo essere una mia convinzione da aggiornare con riscontri più up to date): che qualità ha un pay-off del genere? A mia modo di vedere, nessuna. Non ha forza, non consente di avanzare verso un posizionamento definito e differenziante, non diverte, non ha potenziale che ne consenta la memorizzazione empatica. E al di là di tutto questo, è di una bruttezza imbarazzante anche solo a pronunciarlo.

In ogni caso – e passiamo all’aspetto positivo del tutto – anche gli spot servono a qualcosa: alla luce di questa nuova scoperta da oggi potrò dare a quel mio amico carissimo un nuovo simpatico nomignolo: “pesce”, perchè anche lui, proprio come un pesce, è stato molto buono con me. Sperando solo che non fraintenda.




permalink | inviato da spotwatching il 17/6/2008 alle 17:9 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


2 aprile 2008

Per fortuna che gli italiani non sanno l'inglese

 

Una marca di un detergente intimo femminile è in questi giorni in rotazione con uno spot in cui, attraverso i risultati di una indagine, smonta alla radice l'immagine stereotipata e mediatica della donna tutta lustrini e pailettes. Viene delineata una donna più reale, che nella maggioranza sa aggiustare le ruote di una macchina, trova fastidio nell'indossare scarpe con i tacchi e così via. A queste donne, e non alla loro rappresentazione artificiale, la marca dichiara rispetto assoluto. Tutto bello, tutto sostanzialmente ben fatto. Ne scaturisce un posizionamento piuttosto chiaro e delineato.

Peccato che a fare da sottofondo allo spot ci sia una canzone, "The first cut is the deepest" di Cat Stevens, che tradotta in italiano pressapoco suona come "la prima ferita è la più profonda". E io trovo alquanto ardito se non addirittura insensato accostare una constatazione simile alla comunicazione di un prodotto per l’igiene intima, tema che è di per sé delicato non solo dal punto di vista fisico ma anche simbolico. Non per niente moltissimi prodotti della categoria insistono nelle loro pubblicità nel segnalare le loro proprietà organolettiche assolutamente rispettose di parti del corpo così sensibili. Invece in questo caso si parla di ferite profonde mentre si pubblicizza un detergente intimo. Mah...

Due possono essere le motivazioni che hanno condotto a tale scelta:

- la constatazione che la maggioranza degli italiani e delle italiane non conoscono l’inglese, e pertanto non si propone il problema della coerenza e dell’adeguatezza del testo della canzone con il prodotto e la situazione d’uso a esso correlata;

- semplicemente la non considerazione di tale aspetto.

Se dovesse essere vera la seconda opzione (e io temo che sia così), ci troveremmo di fronte all’ennesima dimostrazione che spesso i principi e i suggerimenti che danno molte voci della letteratura di settore e modelli di gestione strategica del brand e della comunicazione rimangono spesso lettera morta e trovano un’adesione solo a parole. Alla faccia della comunicazione olistica, insomma. Qui non vanno d’accordo nemmeno gli elementi narrativi che compongono uno spot.




permalink | inviato da spotwatching il 2/4/2008 alle 10:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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